Hai scritto, pianto, implorato un posto da stagista alla Crispin Porter ma Bogusky non ti ha mai nemmeno risposto? Hai fatto male, avresti dovuto osare di più: perché accontentarsi di lavorare per uno così quando puoi addirittura aprirci un’agenzia insieme? (more…)
Honoured to be this week’s guest blogger on the New York Festival blog.
Filed under: words | Tags: advexpress, cannes, grand prix, james lima, parallel lines, philips, ridley scott
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Venerdì scorso è venuto a trovarci in agenzia James Lima, regista ma soprattutto visual effects supervisor di qualche decina di film e serie televisive tipo Avatar, Terminator, The Others, The mentalist, Dr. House ecc ecc. Il classico regista americano capelli lunghi, supergiovane, motocilcista, entusiasta e fuckyeah.
Ho da poco finito di visionare e giudicare le 75 campagne che compongono il mio round preliminare del New York Festival for Innovative Advertising.
Per ora ne traggo due considerazioni, una buona e una cattiva. Partendo dalla cattiva, non ho visto nemmeno un lavoro italiano iscritto. Sarà un caso (calcolando che siamo 60 giurati da tutto il mondo, dovrebbero essere state iscritte circa altre 4400 campagne), però fa sempre un po’ male.
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È San Valentino mentre scrivo e penso bene di girare questo viral targato Puma ad almeno 30 persone in modo più che promiscuo, uomini e donne. Lo trovo splendido e non riesco a farne a meno. (more…)
Mi sono imbattuto solo di recente in un film per il web di quasi sei mesi fa. Strano. Strano perchè solitamente attraverso segnalazioni di amici, liste, google reader e concorsi vari riesco a tenermi abbastanza aggiornato.
Questo invece mi è proprio scappato. E non solo a me a quanto pare. Si tratta di una produzione per Johnny Walker, agenzia BBH Londra, regia di Jamie Rafn.
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Se vi chiamate Adidas o lavorate per Adidas non potete far uscire pezzi di creatività qualsiasi ma dovete sempre cercare di ridefinire gli standard.
Nel giro di pochi giorni mi sono già imbattuto in diversi blog che parlano della nuova campagna che va sotto il nome di Adidas Augmented Reality Shoes Campaign. La fonte prima pare essere quella di Wired (23 dicembre), tanto per dire.
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Al secondo appuntamento sono già a parlare, invece della comunicazione che vorrei, di quella che non vorrei.
Chi lavora in agenzia sa benissimo come da ormai un paio d’anni la parola virale stia in qualsiasi brief del cliente. Si tratti di bibite, scarpe o piani finanziari per la terza età. Attira ovviamente il fatto che invece di pagare il media, questo si autogenera. E in effetti il marketing virale (che poi non è null’altro che il vecchio passaparola messo su web) è una grande rivoluzione e una modalità di fare comunicazione potenzialmente strepitosa.

I just started a collaboration with advexpress.it the most visited italian online newspaper about communication. It’s called La comunicazione che vorrei and it’s about communication as I intend it and as I wish it was. Every now and then I’ll post an innovative case history and will discuss about it. You can read the frist article here or entering this post.
Well, you’ll have to know italian. But then again, who says it’s that interesting.
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Mi risulta sempre difficile spiegare a clienti, colleghi e amici come intendo la comunicazione. D’ora in poi credo che darò semplicemente l’url del sito della Crispin Porter + Bogusky. Quello che fanno riesce sempre a lasciarmi esterrefatto (oltre che a mettermi addosso un complesso di inferiorità notevole).
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Ve ne siete mai accorti, le leggi della grammatica e della sintassi non valgono per i direttori creativi. Provate a scrivere una mail a un dc: più importante è, più vi risponderà in un italiano orribile. Specialmente, ed è ancora più bizzarro, se di provenienza copy. Scordatevi l’uso della punteggiatura, delle consecutio, dei congiuntivi e aspettatevi almeno un paio di refusi contenuti in una-massimo-due righe di testo (perchè di più non si scrive, eh!).
Mancanza di tempo? Amnesie linguistiche stress-derivate? O, piuttosto, ultimo dei fringe benefit (come dire: io posso, tu no)? Non lo so ma personalmente sto cercando di adeguarmi, quindi mi capirete se d’ora in poi scriverò e vi risponderò male, anzi peggio possibile. Non vorrei certo essere considerato il meno cool dei dc italiani.
Si può dire? Dai, sono passati quasi cinque mesi, permettetemelo, non ce la faccio più: il virale Grand Prix 2008 a Cannes per Dairy Milk è la più grossa bufala degli ultimi anni. Ci ho pensato, ripensato e mi sono arrovellato per settimane. Mi sono detto, se una giuria composta da ventuno stradirettori creativi di fama mondiale e presieduta da Craig Davis – Global JWT ECD – conferisce il premio più ambito a questo film, un motivo deve pur esserci. Sono io che non capisco un cazzo, tant’è vero che la mia carriera non compete neanche da lontano con le loro.




